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venerdì 7 gennaio 2011

Le macchine della Meraviglia a Venaria

  Alla Reggia di Venaria, fino al 9 gennaio, è possibile visitare la mostra "Le Macchine della Meraviglia".


Lanterna_285 Si supera una tenda di velluto rosso e inizia il viaggio, a ritroso, in un mondo magico e affascinante.


Esemplari di lanterna magica, vetri dipinti a mano, buffi, grotteschi, a volte usati per scopi scientifici, per illustrare un viaggio, un opera religiosa, una fiaba. Immagini, scenette, piccole storie proiettate sulle pareti. Citazioni letterarie e cinematografiche che aiutano a collocare in un uso più quotidiano questo meraviglioso marchingegno. Dipinti e stampe mostrano la popolarità che aveva raggiunto grazie ad artisti itineranti, spesso savoiardi, che percorrevano chilometri per mettere in atto i loro spettacoli. Per la famiglia Bracci Testasecca è un passatempo che attrae più generazioni e giunge sino ad oggi con il suo carico di ricordi, aneddoti, l'armadio fatto costruire per custudire il prezioso tesoro di vetro. I tre proiettori, rivolti verso lo stesso punto, consentivano di costruire scenette più lunghe, il pianoforte produceva la musica di sottofondo.


Emile Reynaud, fu un precursore del cinema di animazione, mise a punto un teatro ottico, con il quale proiettava pantomime lumisone costituite con immagini da lui stesso dipinte su lastre di vetro. I suoi cortometraggi animati furono proiettati al teatro Grévin di Parigi tra il 1892 e il 1900. Con l'avvento del cinematografo  entro in crisi, in un momento di sconforto distrusse le sue invenzioni e gettò nella Senna alcune delle sue pellicole. A Venaria è possibile vedere le due opere che si sono salvate: Autor d'une cabine e, nella postazione multimediale, Pauvre Pierrot.


Buona Visione!!


SITI:


La Reggia di Venaria :     www.venaria.it


Le Macchine della meraviglia:  www.lemacchinedellameraviglia.it


Gtt (servizio navette da Torino - Stazione Porta Nuova- alla Reggia di Venaria):


www.comune.torino.it/gtt/turismo/reggia_venaria.shtml


 

giovedì 6 gennaio 2011

Juve, Parma, gli ex e la sfortuna

Una serie di sfortunati eventi  ha caratterizzato il diffilcile match bianconero, il primo del 2011, giocato a Torino.  Si parte al primo minuto con l'infortunio di Quagliarella. Esce dal campo in barella, era l'unico attaccante juventino a potersi fregiare del titolo "in buona salute".


Se le premesse sono queste, il resto è peggio. Al 17'  l'espulsione di Melo.  Del Piero deve lasciare il posto a Pepe. In seguito si assiste alla rivincita degli ex. La vendetta è un piatto da servire freddo ma Giovinco ha iniziato  a cucinarla sulle pagine dei giornali al suon di: se segnò esulterò, non sono stato trattato bene e così via. Solitamente queste sono le migliori premesse per prestazioni sottotono e incolori, oggi purtroppo non è andata così, Giovinco ha segnato una doppietta. Legrottaglie, difensore, accorcia le distanze, segnano poi Crespo e l'ex Palladino.  L'arbitro non  sembra aver brillato. E' stato annullato un goal a Chiellini. Amauri, reduce da un lungo infortunio, non è riuscito, da solo, a reggere il peso dell'attacco.


Il Parma, a inizio anno, continua a essere un piatto indigesto per la Juventus.

giovedì 2 dicembre 2010

Informazione, limiti e abusi

A Brembate, nel bergamasco, una bambina è scomparsa da sei giorni. Giornalmente, sui mezzi di informazione,  ci sono  aggiornamenti riguardo alle ricerche, in atto, nella zona. Con il passare dei giorni cresce la preoccupazione. Questa sera, al tg1, una giornalista ha tenuto a precisare la sua difficoltà nel "catturare l'immagine" dei genitori della bambina. E' difficile rintracciare fotografie, non si fanno intervistare, preferiscono tenersi lontani dalle telecamere.


Queste persone stanno vivendo un momento estremamente difficile e il minimo che si può fare è cercare di rispettare la loro volontà. Far vedere i lori volti,  stravolti dalla preoccupazione, cercare a tutti i costi di porre loro  delle domande pensando, più è difficile, più è grande lo scoop,  non è fornire un servizio, informare, è voyerismo, un disgustoso tentativo di commerciare le emozioni, senza tenere conto che a volte ci vuole più coraggio nel fermarsi, fare un passo indietro, ragionare e far ragionare il pubblico, i lettori. A volte, per porre un freno, basterebbe pensare: "Se capitasse a me?"

lunedì 29 novembre 2010

Vieni via con me

E' appena finita la quarta puntata del Programmma Vieni via con me e ancora, nelle orecchie, risuonano le parole di Roberto Saviano e Fabio Fazio. Vado? Resto?  Chissà.


Vieni-via-con-me Era l'ultima puntata, forse non eravamo più abituati a un programma capace di ricordarci che abbiamo una testa e idee da coltivare, riflessioni da fare, senza dimenticare il diritto a indignarci accompagnato da azioni, anche piccole, per provare a cambiare le cose. Ci siamo affezionati in fretta, lo testimoniano gli ascolti, quanto era forte il bisogno di un programma di qualità, capace di ampliare gli orizzonti, fornire spunti di approfondimento, punti interrogativi, buona musica (De Gregori, Elio e le storie Tese, Daniele Silvestri, Stefano Bollani), belle esibizioni dell'espressivo corpo di ballo. Sono stati molti gli interventi di persone che avevano qualcosa da comunicare. Questa sera: Benedetta Tobagi, Dario Fo, Pietro Grasso, Don Ciotti, Cecilia Strada, Ernesto Olivero...


Le note della canzone "Via Con Me" di Paolo Conte sono state declinate in mille maniere, riuscendo a essere parte integrante e viva del programma.


"Via, via, vieni via di qui,

niente più ti lega a questi luoghi,

neanche questi fiori azzurri…

via, via, neache questo tempo grigio

pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti,

It’s wonderfoul, it’s wonderfoul, it’s wonderfoul

good luck my babe, it’s wonderfoul,

it’s wonderfoul, it’s wonderfoul, I dream of you…

chips, chips, du-du-du-du-du..."




Già mi sento un pò più sola, in mezzo a grandi fratelli, gossips e plastici. Spengo la tv.

martedì 26 ottobre 2010

Cattiva

Ultimamente sei tu a decidere la strada
Io resto dietro di te
raccolgo i sassi rotondi in una scatola quadrata, ho un passatempo inutile
Sinceramente da un po’ si vive alla giornata
non posso dire di no
usciamo fuori dal quartiere una volta al mese solo di sabato
ma pensa che coincidenza...
Chiedi un autografo all’assassino
guarda il colpevole da vicino
e approfitta finché resta dov’é
toccagli la gamba fagli una domanda
cattiva, spietata
con il foro di entrata, senza visto di uscita
E’ stato lui, io lo so
non credo alla campana degli
innocentisti perchè
anticamente ero io un centurione con la spada e non lo posso difendere
Mi ricordo quando ci fu Galileo e Giovanna D’Arco
ero presente in piazza,
provavo immenso piacere
mi sentivo bene a vedere come si muore,
sono di un’altra razza
Chiedi un autografo all’assassino
guarda il colpevole da vicino
e approfitta finche’ resta dov’é
toccagli la gamba fagli una domanda, ancora
chiedi un autografo all’assassino
chiedigli il poster e l’adesivo
e approfitta finche’ resta dov’è
toccagli la gamba
fagli una domanda
cattiva
spietata
è la mia curiosità impregnata
di pioggia televisiva
comincia un’altra partita....


(Samuele Bersani)

martedì 12 ottobre 2010

Italia-Serbia ostaggio di pseudotifosi serbi

La partita è stata sospesa, la conferma, ufficiale, è giunta dopo una lunga attesa. Lo stadio era ormai vuoto in molti spazi. I primi ad andarsene sono stati i bambini, occupavano il terzo anello, era la loro serata. Avrebbero dovuto vedere una partita di calcio, in un grande stadio scendevano in campo gli Azzurri. Uno di quei ricordi che conservi per la vita. Invece hanno dovuto assistere a  scene di ordinaria follia.


Un gruppo di  ultras   serbi ha macinato centinaia di chilometri per  fare un'imboscata alla propria nazionale rea di aver perso la partita giocata contro l'Estonia. Il gruppo di "tifosi" sale sul pulman della squadra serba, lancia fumogeni, spaventa il portire fino a spingerlo a chiedere di non giocare. Gli ultras minacciano, imbrattano strade e monumenti della città, infine giungono allo stadio. Iniziano i preparativi: la rete di protezione da tagliare, i vetri da infrangere, i fumogeni da lanciare. C'è  spazio solo per la violenza.


Le squadre entrano in campo per il riscaldamento  e rientrano negli spogliatoi, non ci sono le condizioni  per giocare. Le forze dell'ordine si schierano a bordo campo per  contenere le intemperanze degli ultras. I giocatori serbi vanno sotto la curva dei loro "sostenitori" e provano a rabbonirli. Si prova  a riprendere con gli inni nazionali. Il ritardo supera la mezz'ora. Viene fatto un minuto di silenzio per ricordare i soldati italiani morti in Afghanistan. Poi l'arbitro scozzese da il fischio d'inizio. Alcuni brutti falli dei giocatori serbi, un fallo, da rigore, su Pazzini, non fischiato e i bengala tornano a volare. Il portiere Azzurro Viviani, si dirige verso il centro del campo intenzionato a non proseguire. Dietro alle sue spalle sono ospitati i tifosi serbi che hanno ripreso a lanciare i fumogeni verso i settori occupati dai tifosi italiani  e dentro il perimetro di gioco. L'arbitro sospende l'incontro. Le delegazioni delle due nazionali e il delegato Uefa si riuniscono per discutere. I serbi sanno che con la sospensione della partita rischiano, a termine di regolamento, una sconfitta tre a zero a tavolino e  sanzioni anche più gravi. Le condizioni per giocare in sicurezza però non ci sono. La partita è ufficialmente sospesa. Gli ultras hanno raggiunto il loro scopo.


A noi resta il gusto amaro della sconfitta.


 

domenica 10 ottobre 2010

La ballata dell'eroe

Era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle

e quando gli dissero di andare avanti
troppo lontano si spinsero a cercare la verità
ora che è morto la patria si gloria
d'un altro eroe alla memoria

era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle

ma lei che lo amava aspettava il ritorno
d'un soldato vivo, d'un eroe morto che ne farà
se accanto nel letto le è rimasta la gloria
d'una medaglia alla memoria.


(Fabrizio De Andrè)

domenica 26 settembre 2010

Mangia prega ama

Elizabeth Gilbert ha un buon lavoro, una bella casa, un marito e una scatola ove ripone  le informazioni  riguado i luoghi che vuole  vedere prima di morire. Non è felice. Sente che le manca qualcosa, divorzia, si imbarca in una tormentata storia d'amore infine, quando anche questa sembra naufragare, decide di partire per un Mangia prega ama locandina viaggio intorno al mondo, si dà un anno di tempo per ritrovarsi, per costruire un nuovo equilibrio.


Tre capitoli schematici e piuttosto slegati  rappresentano la maggior parte del film. Mangia Prega Ama. Italia India Indonesia. Corpo Spirito Cuore.


La prima tappa italiana è riservata al corpo ovvero al cibo, da consumare in libertà, con inquadrature degne della "Prova del Cuoco",  stereotipi a gò gò e la sensazione di una Roma da cartolina, guasta, priva di significato.


In India Elizabeth si dedica alla preghiera, riflette sugli errori commessi, sulla capacità di perdonare e perdonarsi.


In Indonesia,a Bali, ritrova il Santone che le aveva predetto il suo percorso, tra divorzio, povertà, ricchezza e viaggio.  Le viene chiesto di ricopiare dei documenti, conosce una donna divorziata che da sola deve crescere sua figlia, incontrando mille difficoltà. Liz conosce anche un uomo brasiliano (Javier Bardem) divorziato che per prima cosa prova a investirla e poi...


Il film è tratto dal romanzo omonimo di  Elizabeth Gilbert che racconta l'esperienza da lei vissuta.


Sorprende il fatto che il film, pur essendo tratto da una storia vera, risulti finto, artefatto, poco coinvolgente.  Si, le idee di fondo sono buone: aprirsi alla vita, al viaggio come trasformazione, non aver paura di  lasciare tutto per cercare un proprio equilibrio, imparando da ogni persona che si incontra. Il film cade quando, per dimostrare la propria tesi,  si contraddice avvalendosi  di stereotipi, personaggi costruiti a tavolino, bidimendosionali poco compatibili con l'idea di autenticità che la pellicola sembra voler proporre. Conosciamo la superficialità con qui è stata trattata l'Italia, possiamo legittimamente chiederci se stessa sorte sia toccata anche all'India  e a Bali.   La pellicola è lunga 140 minuti, troppi per una storia  nella quale si fatica a mettersi nei passi della protagonista, capire cosa pensa, il perchè di certe azioni e situazioni che vengono presentate come un asettico elenco, indifferente al cuore.


A un certo punto, verso la fine, Julia Roberts, alias Elizabeth Gilbert, assume l'espressione che aveva in "Se scappi ti sposo" sembra pronta alla grande fuga e...  strappa un sorriso a una spettatrice sull'orlo del sonno.

lunedì 5 aprile 2010

Informazione: tra grida e silenzi


Marco Bardazzi, nell'articolo
"Chi ha ucciso la CNN?", scrive del calo di ascolti  del
network americano, scavalcato da Fox e MSNBC.  Il giornalista si chiede,
se tra i motivi della crisi,  vi sia la scelta di portare avanti un tipo
di informazione obiettiva rispetto a un'informazione gridata e  di parte,
condotta dai network concorrenti.


Non conoscendo bene la realtà
americana, basandomi solo su quanto letto in questo articolo, provo una
simpatia istintiva per la Cnn di Ted Turner. Penso che il giornalismo debba
puntare all'obiettività, privilegiando l'informazione rispetto ai giudizi,
senza smarrirsi  per inseguire il favore del pubblico.


Siamo  in un'epoca in cui
per molte persone  è "rassicurante" ascoltare un telegiornale,
un programma d’informazione/intrattenimento  e  trovare le proprie idee espresse con
gli stessi limiti, gli stessi rassicuranti confini. Pensare di avere ragione e
non doversi confrontare con l'Altro, il Diverso.  Forse è un segno
dell'incertezza che viviamo, forse è un'umana debolezza che troppi mezzi
d'informazione sembrano disposti ad assecondare dando spazio ai gossip, alle
notizie leggere, agli scoop gonfiabili  e
nascondendo sotto il tappeto il giornalismo d'inchiesta, i reportage, la cruda
e spesso spiacevole  realtà.


Le grida non riescono però  a nascondere
l’abulico silenzio che attraversa la nostra epoca.



martedì 14 luglio 2009

Oggi scipero

SCARICAILLOGOEPUBBLICALO Adesione all'appello di Diritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia la rete Internet italiana

domenica 1 marzo 2009

Alcune riflessioni sul "metodo" Baricco

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Qualche giorno fa,  Baricco ha scritto della necessità di ripensare
l'intervento pubblico in questi tempi di crisi.


 E’ un articolo che fa riflettere. Lancia spunti, propone
soluzioni, scatena discussioni. Provo a dire la mia.


L'idea di spostare i finanziamenti pubblici dai teatri a
scuola e televisione non mi convince.
Chiudere i teatri stabili, non organizzare  più festival, liberarsi
delle  fondazioni e lasciare spazio a privati definiti “maturi”, penso
porti a un livellamento, un impoverimento dei contenuti e della creatività.
Ogni opera sarebbe  misurata in termini di profitto. E’ giusto chiedersi
se in un mondo teatrale fatto solo di privati ci sarebbe spazio per scommesse
che non possono dare  un ritorno economico immediato.  Il denaro
pubblico dovrebbe intervenire per garantire accessibilità economica e qualità
del prodotto. Missione non facile.


La televisione è un esempio di come privato e cultura siano
mondi non sempre conciliabili. Investire in Tv per avere un programma che parli
di libri in prima serata o che trasmetta un opera teatrale infischiandosene
dell’auditel, che risultati può produrre? Ci possiamo accontentare del fatto
che con i soldi si arriva dappertutto, anche in prima serata per la gioia di
chi già ama libri e teatro? No, dobbiamo cercare di allargare
l’uditorio,  usare la visibilità televisiva per raggiungere persone che
solitamente non leggono e non vanno a teatro. Se però il programma di libri, la
rappresentazione teatrale si scontra con un reality, quali “armi” può usare, per
farsi scegliere?  Una
serata dedicata alla cultura, a settimana, sembra una deliziosa quanto debole
battaglia contro i mulini a vento della serie: chi ama ringrazia e chi non
conosce ignora.


La televisione può essere d'aiuto nel formare un pubblico
consapevole se ripensata nel suo insieme, come  mezzo in grado di fornire
un servizio e non solo specchio rotto votato al profitto.


Come sempre un ruolo importante l'hanno scuola e famiglia
che dovrebbero creare le basi e stimolare i ragazzi per farlo diventare un
pubblico colto, consapevole, moderno. La scuola ha bisogno di fondi, idee però
togliere finanziamenti pubblici alla cultura  per finanziare la scuola non
è automaticamente un operazione corretta. 


Sono d'accordo
sulla necessità di ripensare l'intervento pubblico
nell'ambito culturale. Evitare gli sprechi, riuscere a centrare gli
obiettivi con efficacia. Migliorare la comunicazione. Tirarsi fuori è un gesto sbagliato, poco coraggioso, dimentico delle buone cose che si stanno facendo.


Quanto proposto da Baricco  mi sembra il
frutto di un pensar veloce, non una soluzione. Funziona
meglio come provocazione.

domenica 15 febbraio 2009

Non è un paese per donne

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L’Italia non è un paese per
donne. I fatti di questi giorni descrivono  una realtà fatta di violenza e paura. Quasi
ogni giorno i telegiornali aprono con la notizia di donne e bambine che hanno
subito violenza. Sotto casa, ai giardinetti, a una festa, sole, appartate con
il fidanzato, sempre indifese dinanzi a
persone prive di umanità.


Questo sono le notizie che
passano attraverso i mezzi di comunicazione, poi ci sono le violenze che fanno
numero nelle statistiche, quelle che passano sotto silenzio e stringono il
cuore.


Ci sono gli accorgimenti che si prendono nella vita quotidiana per
conservare una parvenza di sicurezza. Farsi accompagnare fin sotto casa. Non
uscire sole la sera. Non girare in certe zone della città, sedersi in
scompartimenti affollati, … e poi? A
cosa serve, privarsi della propria libertà, in nome di una prudenza che, a tratti, sembra prigione? Quando si legge
di persone che entrano e escono dal carcere, indifferenti alla sofferenza che
hanno causato, a cui viene sempre data una seconda possibilità che diventa poi
terza o quarta, ci si senti impotenti, quasi in balia degli eventi. Ci si chiede
perché funziona così, perché a chi  calpesta le altre persone viene  data una possibilità e alle
vittime No. Spesso le vite  di chi subisce sono rovinate, a volte  ridotte
al silenzio della morte. Diventa ogni giorno più difficile sperare nella  giustizia.


L’Italia sembra, ormai,  un paese per delinquenti.


martedì 4 novembre 2008

La guerra di Piero


Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall'ombra dei fossi

ma son mille papaveri rossi


lungo le sponde del mio torrente

voglio che scendano i lucci argentati

non più i cadaveri dei soldati

portati in braccio dalla corrente


così dicevi ed era inverno

e come gli altri verso l'inferno

te ne vai triste come chi deve

il vento ti sputa in faccia la neve


fermati Piero , fermati adesso

lascia che il vento ti passi un po' addosso

dei morti in battaglia ti porti la voce

chi diede la vita ebbe in cambio una croce


ma tu no lo udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava

ed arrivasti a varcar la frontiera

in un bel giorno di primavera


e mentre marciavi con l'anima in spalle

vedesti un uomo in fondo alla valle

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore


sparagli Piero , sparagli ora

e dopo un colpo sparagli ancora

fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere in terra a coprire il suo sangue


e se gli sparo in fronte o nel cuore

soltanto il tempo avrà per morire

ma il tempo a me resterà per vedere

vedere gli occhi di un uomo che muore


e mentre gli usi questa premura

quello si volta , ti vede e ha paura

ed imbraccia l'artiglieria

non ti ricambia la cortesia


cadesti in terra senza un lamento

e ti accorgesti in un solo momento

che il tempo non ti sarebbe bastato

a chiedere perdono per ogni peccato


cadesti interra senza un lamento

e ti accorgesti in un solo momento

che la tua vita finiva quel giorno

e non ci sarebbe stato un ritorno


Ninetta mia crepare di maggio

ci vuole tanto troppo coraggio

Ninetta bella dritto all'inferno

avrei preferito andarci in inverno


e mentre il grano ti stava a sentire

dentro alle mani stringevi un fucile

dentro alla bocca stringevi parole

troppo gelate per sciogliersi al sole


dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall'ombra dei fossi

ma sono mille papaveri rossi.


Fabrizio De Andrè

domenica 2 novembre 2008

Ferrari: il sogno, il grande incubo

Massa è in pole, terza volta di fila, nel circuito di casa.  Deve vincere e sperare. E' indietro di
sette punti. Ad Hamilton  basta il quinto
posto per agguantare il titolo.


Si parte. Piove, non piove. La
questione è tutta lì, pit stop, pneumatici che provano a star dietro ai
capricci del tempo. Hamilton dà l’impressione di poter amministrare, senza
colpi di testa e senza entusiasmare. Bazzica intorno alla quinta posizione fino
a quando Vettel lo sorpassa a due giri dal termine. Il pilota britannico vede
sfilargli a fianco il titolo mondiale. Come l’anno scorso. Chissà cosa si pensa
in quei momenti. Pochi chilometri, gli sforzi del pilota McLaren sembrano
inutili. Massa taglia il traguardo, braccio alzato, missione compiuta. L’ultimo
giro è sotto la pioggia, Glock su Toyota,
con gomme d’asciutto, deve rallentare,
Hamilton lo supera all’ultima curva. E’ 5°, suo il titolo mondiale.  Nel box Ferrari non si rendono subito conto di
quanto è accaduto, i festeggiamenti sono spenti da un’amara doccia fredda. Il
box McLaren vive il rovescio della medaglia, dal buio alla gioia incredula.


Il finale era già scritto.
Hamilton sette punti avanti doveva solo sconfiggere
i fantasmi del passato. Dalla sua ha un ruolino di marcia da schiacciasassi: 34
gare, 26 piazzamenti nei primi 5, 2 ritiri.


Questo finale, aperto, emozionante
aveva riportato tutto in gioco, aperto porte  che sembravano
sprangate. La non vittoria di Massa ora ha un sapore  più amaro, i se e i ma assumono peso. La non
sconfitta di Hamilton diventa più preziosa. Questione di una curva, di acqua
che cade nel momento sbagliato. 

mercoledì 27 agosto 2008

Non è prudente, non è sicuro..

Campeggiare in una zona isolata,
uscire da soli la sera, viaggiare da soli , abitare in una casa isolata, non
serrare bene la porta, abbandonare per troppo tempo la propria casa,  girare in certe parti delle città, usare alcuni
mezzi pubblici, fidarsi degli sconosciuti  … e poi?


Quante sono le regole che
dobbiamo rispettare per poterci sentire prudenti, al sicuro?


Tante, troppe, secondo me. Ci si
adegua per necessità, spesso con rassegnazione, a una lista che si fa sempre
più lunga. Penso sia importante continuare a indignarsi per fatti gravi come quelli accaduti in questi giorni a Roma e Napoli, combattere nel nostro quotidiano per  non darla vinta a chi usa solo il linguaggio della violenza e condiziona le nostre vite, le limita, mentre noi viviamo con  l'impressione di un'effimera sicurezza.   

martedì 26 agosto 2008

by train

Spesso viaggiare in treno si rivela un
avventura. Sali  senza sapere bene cosa ti aspetta.
Trovi un vagone
pulito, il posto prenotato, l’aria condizionata che funziona, un tavolino su
qui appoggiare il giornale, la fortuna di un intercapedine su misura per il tuo
trolley. Pensi a un sogno.
Ti risvegli su un vagone  sporco, inizi a ispezionare i sedili alla
ricerca di uno solo un po’ meno  disastrato.
Incontri macchie, briciole, aloni, poi ti siedi,  non hai voglia di stare in piedi per un’ora e
più su un treno quasi deserto. Dall’altro lato  si accomoda  una ragazza che decide di cambiarsi d’abito,
un cane le fa compagnia. Passano i minuti, cresce il disagio, ti chiedi perché il treno,  vacilla l’ottimismo che ti ha accompagnato fino a quel momento. Scruti
gli angoli sperando che nulla si muova. Conti i minuti incapace di apprezzare
il paesaggio che ti scorre a fianco. Neppure l’ombra di un controllore. Quando si  giunge a destinazione, tiri un sospiro di sollievo e provi a ricucire il
filo del buon umore.
Sali sul convoglio  in ritardo di un quarto
d’ora, scendi e il ritardo è salito a 35
minuti. Il tempo di fare il cambio e cercare un’obliteratrice funzionante, su e
giù per le scale, riconoscente a una persona che si offerta di dare un occhiata
alla tua valigia, poi l’avventura volge al termine, sei a casa.
Disagi, sporcizia, ritardi sono
compresi nel prezzo, generosamente elargiti sulle tratte nazionali. Ai viaggiatori non resta che
prepararsi a collezionare momenti indimenticabili. 

mercoledì 18 giugno 2008

Mario Rigoni Stern

E' morto lunedì
sera, nella sua Asiago. Era un testimone, un uomo che ha vissuto il ‘900 e l’ha
raccontato. Aveva un modo di scrivere nitido,  quasi per immagini.
Questo amore per la natura e per le persone lo riversava in ciò che scriveva,
nei gesti. Riusciva anche con poche  parole a comunicare sentimenti, emozioni facendo superare la barriera della pagina. Curioso
della vita, impegnato, saggio. E’ una coscienza critica di cui sento la
mancanza.


Riporto un post che ho scritto  il 19  novembre 2007




"Sabato mattina ho ascoltato la videoconferenza di Mario Rigoni Stern.  L’incontro dal titolo La
Storia e la Memoria
lo vedeva conversare con Paolo  Collo


Mario Rigoni Stern è un ragazzo
del ’21. Il suo primo ricordo legato alla guerra, la  Prima, è una bomba che trovò quando aveva due anni. Iniziò a
colpirla. La madre vedendolo con quel ordigno  svenne. Un parente gliela tolse di
mano. I colpi erano stati dati di lato, se avesse toccato la punta non avrebbe
potuto raccontarlo.


Molti suoi compaesani avevano
dovuto evacuare nel ’16. Dopo Caporetto si era dispersi per l’Italia e non
sempre erano stati  accolti bene. Il
paese durante la guerra era stato distrutto  dai bombardamenti. Lo scrittore era nato in
una delle prime case ricostruite. A quel epoca molte delle persone  che erano ritornate abitavano ancora in baracche. Il
municipio venne ricostruito negli anni ’20 e inaugurato dal  principe Umberto. Nel dopoguerra c’erano
ancora diversi prigionieri polacchi e slavi, nel loro paese d’origine non avevano
cibo. In Italia  recuperavano e seppellivano i cadaveri dei
soldati, raccoglievano le mine, i metalli, i resti della guerra.


Il metallo raccolto poteva essere
venduto così anche gli adulti e i bambini del paese a volte si dedicavano a cercarlo. Il rame valeva
di più, poi c’era la latta usata dagli austriaci, i metalli pesanti usati da
americani e inglesi.  Capitava, anche a
distanza di anni, di trovare i resti dei caduti. Italiani, austriaci, migliaia di
persone morirono su quelle montagne e molte non trovarono sepoltura. I bambini,
quando capitava loro di trovarne qualcuno, nel mentre che stavano giocando nei boschi, non si impressionavo più di tanto, faceva
parte anche quello della vita. Avvertivano i responsabili che procedevano poi a
seppellirli. Lo scrittore ricorda che quando era bambino non aveva bene la
coscienza della guerra che c’era stata.


 Caporetto
aveva rappresentato una
svolta anche nel modo di considerare i soldati. Dopo il 24 ottobre 1917
si
iniziò a trattarli come persone, dando loro un rancio migliore e
cercando di
non metterne in pericolo la loro vita inutilmente. Il bollettino di
guerra, pubblicato dopo Caporetto, descrive una sconfitta, le
responsabilità sono attribuite ai soldati. In realtà furono le
decisioni prese dal generale
Cadorna  a causare la disfatta. Il generale
non fu in grado di comprendere una guerra combattuta in maniera nuova,
senza
più le caratteristiche dei conflitti ottocenteschi. Ai soldati non
restò, in
quel frangente, che ritirarsi combattendo.


 Negli anni ’30 Mario Rigoni Stern
era un bravo sciatore. Nel 1938 si iscrisse alla scuola militare d'alpini smo di Aosta, voleva
diventare ufficiale. Molti suoi insegnanti avevano partecipato alla Grande
Guerra.


Lo scrittore ricorda che quando
iniziò la seconda guerra mondiale il rancio era ancora quello della prima.
Sulle scatolette era stampigliato 1918. Nella prima fase si era combattuto contro
la Francia. Gli italiani durante le azioni andavano a recuperare anche le gallette dolci, il miglior rancio
francese.


Rigoni Stern è uno dei reduci della ritirata
di Russia. Aveva combattuto, era stato promosso. Alla fine della guerra decise di abbandonare la carriera
militare. Molti
non erano tornati e certe volte lui aveva il rammarico di avercela fatta.


Lo scrittore ricorda
le visite all'amico Nuto Revelli, le passeggiate in montagna, nel cuneese.
L'incontro con l'ultimo abitante di una borgata impegnato, quando già
cadevano i primi fiocchi di neve, a togliere patate. Morto lui, non vi
fu più nessuno. Rimase una chiesa con la porta semiaperta e la cornetta
di un telefono che penzolava. Rigoni Stern parla di valli disastrate
ormai piegate da uno  spopolamento a cui diventava difficile porre
rimedio.
L'amore per la natura affiora nelle sue opere. Lo scrittore afferma l'importanza di curare i boschi che  pur non dando un
ritorno economico immediato sono necessari e, quando ben curati, utili
nel prevenire gli incendi.


A una platea composta
in buona parte da studenti  si rivolge  dicendo "Chi cerca un lavoro
non lo trova, chi sa fare ne trova tre"  Emerge l'importanza della fatica,
del conquistare le cose anche con sacrificio evitando di abbandonarsi a uno
sterile consumismo. Lo scrittore dice di avere fiducia nei giovani.
Si apre anche un piccolo dibattito con il pubblico in sala. Una signora
interviene parlando di uno zio disperso in Russia. Questa tragedia,
respirata in casa  fin da quando era  bambina, l'ha spinta a raccogliere
le testimonianze di chi è tornato. Pensa che la memoria passi
attraverso l'emozione. Un insegnante chiede come si farà a trasmettere
la memoria quando la generazione che ha vissuto quei fatti non ci sarà
più e mancherà anche la generazione successiva, quella dei figli. E'
importante ricordare per far sì, come diceva Primo Levi, che certi
fatti non si ripetano.  Leggere le testimonianze di chi quel periodo la
vissuto.


L'incontro finisce e
io mi sento un pò commossa, felice di aver potuto ascoltare e avere
nuovi spunti di riflessione. Fino a ieri non avevo letto alcun libro di
Mario Rigoni Stern. Ho pensato che era arrivato il momento di inziare.
Da quale? La scelta non è stata facile. Ho sfogliato libri più  e meno
noti. Leggendo  trame, osservando copertine, sono giunta a Le Stagioni di Giacomo. Mi sembrava la giusta continuazione di quanto avevo ascoltato o meglio: il giusto inizio."



sabato 7 giugno 2008

Commissari di carta

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Diabolik e Eva Kent provano la
fuga calandosi con le lenzuola. Un uomo, impegnato nel suo turno di guardia
sembra ignorare quel che sta accadendo. Una scala cita un romanzo di Fruttero
e Lucentini.


A Saluzzo  fino al 29 giugno è di scena alla Castiglia:  Commissari di Carta una manifestazione ricca di appuntamenti. Venerdì con gli autori, spettacoli teatrali, una mostra  nella quale poter rivivere il brivido delle letture mystery. Nella prima sala i disegni di Ferenc Pintér illustratore, da poco scomparso, autore di molte delle copertine dei  romanzi di Maigret e Poirot. Di sottofondo alcune trasmissioni radiofoniche dedicate a Diabolik e Dylan Dog. Tavole a fumetti, in cui buoni e cattivi si contendono spazio. Al primo piano cinema vecchia maniera, con sedili in legno, ospitano alcune fiction Rai. Si scende e finzione e realtà si mescolano osservando dietro le sbarre i criminali del fumetto.


Questa sera 7giugno  la Castiglia, sarà aperta fino a mezzanotte e la città vivrà una notte a effetto giallo.

martedì 15 aprile 2008

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo


      Eugenio  Montale [da Ossi di seppia,
1925]
 




giovedì 20 marzo 2008

lettera di una ragazza precaria

Se qualche anno fa m'avessero
detto che mi sarei ritrovata a quasi trent'anni senza uno straccio di lavoro
fisso sarei sicuramente esplosa in una grassa risata, una di quelle risate che
da troppo tempo mi sono state estorte dalla vita e dalle sue preoccupazioni. Ho
passato anni a studiare per costruirmi un avvenire, non dico idilliaco, ma
quanto meno tranquillo, e mi ritrovo qui con un impegno dignitoso, per quanto stress e mal di testa siano all'ordine del
giorno, ma con una spada di Damocle che oscilla sempre più minacciosamente
sulla mia testa man mano che il giorno della scadenza del contratto si avvicina.
Ormai sono anni che vado avanti così, sei mesi in un posto, sei mesi
nell'altro, tre di qua, uno di là... questa dannata precarietà è diventata la
mia miglior nemica: nemica della mia psiche, dei miei nervi, e dei miei
maledettissimi sogni! Molti miei colleghi sono stati stabilizzati, ma purtroppo
non rientro ancora tra questi. Mancano quindici giorni, infatti, alla fine del
mio contratto, ho lavorato qui sei mesi e, per quanto non sia nella mia natura,
ho cercato di tenere ben cucita la bocca anche quando potevo aver ragione e mi
sono costretta a rinunciare a non so quante commissioni, visite mediche e
aperitivi con gli amici pur di non rifiutare uno straordinario...non che vi
siano pressioni, ma non si sa mai, ne ho viste troppe...sono ostaggio da troppo
tempo e credo che se dovesse andar male anche sta volta potrei davvero perdere
ogni speranza, anche perché superata una certa età trovare un lavoro diventa a
dir poco impossibile...non convieni più, costi troppo, è sempre più facile
investire su un apprendista. Questa assurda condizione di precarietà mi ha trasfigurata, la mia autostima ha ceduto
il passo ad un senso di insicurezza assoluto e la mia vita si è ridotta a mera
sopravvivenza. Tutti i progetti fatti con Marco sono crollati come castelli di
carte, ottenere un mutuo è impossibile, così come continuare a vivere questa
relazione da adolescenti, sognavamo una famiglia! Ma come si può mettere al
mondo dei figli in una situazione del genere? Come si possono sgravare di tanto
peso dei genitori che già ti hanno pagato gli studi fino a 26 anni e ora sono
costretti a mantenerti ancora tra un lavoro e l'altro? A che serve parlare di
sgravi fiscale sul mutuo della prima casa, sull'affitto per i giovani e le
famiglie numerose, se non esistono le condizioni perché un giovane ottenga un
mutuo o riesca a mantenersi andando a vivere da solo né tanto meno perché
decida di tirar su famiglia , magari con 5 figli? Esiste qualcuno tra i nostri
politici realmente intenzionato ad arginare questa
situazione e a porre fine a questo terrorismo psicologico cui il lavoro
precario si riduce? Non mi resta che sperarlo.



M. 28 anni, astigiana


tratto da  www.partito democratico.it


Se una persona non è in grado di riconoscere il problema come può trovare una soluzione?


Le sue risate suonano  offensive e inopportune