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giovedì 27 dicembre 2012

Le chiavi

Questo racconto ha partecipato  al concorso  indetto da La Stampa "Rivesti l'eroe"
Una mattina rientravo a casa dopo
aver fatto la spesa.  Tenevo George peppardil sacchetto appoggiato alla spalla sinistra mentre
facevo scorrere le  chiavi tra le dita
fino a  individuare quella che apriva il
portone. La trovai quasi subito, dopo averla girata nella toppa un paio di
volte feci ruotare il pomello ed entrai.


Erano le nove del mattino e la
mia vicina di casa camminava avanti e indietro davanti all’ingresso del mio
appartamento. Lei era naturalmente 
sofisticata nel suo tubino nero in un tessuto morbido che su di lei scivolava 
dolcemente, il collo era avvolto da una collana di perle, la testa coperta da
un cappello ampio ornato di un nastro di seta chiaro, i piedi elevati da un
paio di scarpe dal tacco sottile. Pensai che non riusciva ad essere fuori posto
nemmeno  con quel abbigliamento da festa
in società.


AppoggiAudrey_Hepburn_Colazione_da_Tiffanyava le labbra sulla
stanghetta degli occhiali da sole e si guardava intorno come alla ricerca di
qualcosa. Mi feci avanti.


-Buongiorno, aspetta me?-  lei mi guardò sorpresa e sbottò in un – Lei?
No, in verità non aspetto nessuno.


Rimasi un po’ deluso ma non lo
diedi a vedere.


-Signorina, dovrebbe spostarsi.
Vorrei entrare nel mio appartamento.


-Il suo…ah, si il suo
appartamento. Anche io vorrei entrare nel mio. Ma proprio non ricordo dove ho
messo le chiavi. Ieri sera quando sono uscita le ho infilate nella borsetta
come al solito però adesso non ci sono più.


Le sorrisi in un moto di
comprensione.


- Sono cose che capitano vedrà
che presto le ritroverà. Io sono Paul Varjak. - dissi stringendole la mano.


-Varjak? – mi fissò perplessa.


-Si, Paul Varjak - ripetei più
lentamente - il suo nuovo vicino.


-Ah, si. Piacere, gli amici mi
chiamano Holly – disse la donna mentre il suo volto si apriva in un sorriso.


Non potevo abbandonarla sul
pianerottolo.


-Venga dentro, le preparò un
caffé. E’ miracoloso nel far ritrovare le cose.


-Davvero? – fece lei seguendomi
in casa.


(il racconto è ispirato a un brano di Colazione da Tiffany)

martedì 25 dicembre 2012

Istantanee da una tempesta


Nave-tempesta-495x389La
nave imbarcava acqua, Estebàn era al timone da ore, i muscoli delle spalle  si erano irrigiditi e gli sembrava di non poter più muovere le dita.



Intorno a lui il mare, anche l'ultimo bagliore si era
inabissato. L'equipaggio aveva afferrato dei secchi, li riempiva e li rovesciava oltre il
ponte ma non lo faceva abbastanza in fretta, il livello dell'acqua
saliva inesorabile a lambire le caviglie.


Le vele erano state ammainate e
gli alberi nudi restavano soli a respingere il vento. Joselito si era rannicchiato nella coffa, a tratti tentava di sollevare il capo in cerca di un lembo di terra.  L'ufficiale in seconda si era nascosto sottocoperta, in un angolo buio, ove tentava di annegare nel rum il mal di mare che lo affliggeva.


In cambusa  Pencott, il cuoco, inginocchiato su una manciata di fagioli, brandiva un mestolo e provava a  venire a patti con il destino.


Iniziava una lunga notte.


 

martedì 20 novembre 2012

La stazione, il risveglio

Questo racconto partecipa al concorso  indetto da La Stampa "Rivesti l'eroe" 


Dolly sapeva di non poter parlare di
Serëža.  Anna soffriva troppo al pensiero
di non poter vedere suo figlio e anche Vronskij, la tempesta che aveva sconvolto
la sua placida esistenza, sembrava ormai un argomento scomodo. La conversazione
si trascinava lenta. Guardava la sua amica tormentarsi nervosamente le mani
mentre parlavano del tempo, dei domestici sempre più ingrati e della nuova
brillante stagione che stava per iniziare a Mosca.


Il suo contributo si limitava a
stanchi monosillabi. Gli occhi continuavano a fissare la tenda e il brandello
di vetro che restava scoperto, come una via di fuga che attendeva di essere
colta.  Anna si alzò di scatto dando
l’impressione di avere ricordato qualcosa. Le rivolse un sorriso dolce,
stringendole la mano, disse – Amica mia, devo proprio andare. Oggi è un giorno
importante ed io... – qui si fermò - …io devo fare quello che è giusto. –
concluse in un soffio.  Dolly provò a
trattenerla  – Anna, spiegami per
favore…- mormorò. La donna  non si voltò
e Dolly dopo pochi istanti la vide percorrere il vialetto che si snodava fino
alla strada principale.


Anna indossava scarpe di capretto
che le fasciavano i piedi come guanti, create su misura da M. Landier, il
calzolaio più celebre di San Pietroburgo. Erano, insieme alla cappa di
ermellino che la donna aveva avvolto intorno al lungo collo sottile, l’unico
vezzo che le era rimasto, testimoni di un passato da cui si era dovuta separare.


In  un mattino d’autunno, illuminato da un
pallido sole, Anna era uscita da quella casa perché le sembrava di soffocare,
sentiva il peso di ogni parola che a forza si costringeva a pronunciare. Prima
di rendersene conto era giunta in prossimità della stazione. Il piccolo
edificio bianco era cinto da una staccionata dipinta di scuro.  Entrò, fece un cenno di saluto al
capostazione, e si avviò verso la banchina. Una piccola folla era assiepata in
attesa del treno per Mosca che doveva transitare di lì a pochi minuti. Vide un
paio di matrone che conosceva, per averle incontrate nel salotto di Dolly,
voltarsi dall’altra parte per evitare di salutarla. Sentì qualcosa abbattersi
contro la sua gonna . Abbassò gli occhi e vide un cerchio, si chino a
raccoglierlo.  Un bambino, avrà avuto
l’età  di Serëža, si avvicinò e con
espressione timida  disse – Scusi
signora, proprio non l’avevo vista. Per favore mi restituisce il cerchio. Anna
sorrise per rassicuralo – Tieni, piccolo – disse accarezzandogli il viso. Lo vide
afferrare il cerchio e correre via felice.


Il suo bambino  ormai non le apparteneva più, da tempo si
faceva strada in lei il pensiero che sarebbe cresciuto meglio senza doverla
incontrare. Vronskij ormai la tradiva apertamente.  La donna fece qualche passo, vide una
nuvola  grigia profilarsi all’orizzonte e
farsi sempre più grande, poi giunse il suono sferragliante dei pistoni, infine
il profilo della locomotiva che si faceva sempre più nitida. Anna avanzò, il
piede non trovando appoggio scivolò e con lui il resto del corpo. Poi fu il
buio.


(il racconto è ispirato a un brano di Anna Karenina)


martedì 25 settembre 2012

La corsa

Cavalli e cavalieri sono
allineati. Una dama,  con una mano si fa
schermo dal sole, con l’altra abbassa un fazzoletto di seta.


E’ il segnale. I cavalli si
lanciano al galoppo. Le zampe si muovono in fretta al punto da sembrare
Degasche non
tocchino terra.  Saltano una siepe. Star
è davanti di un incollatura, prosegue, il muso allungato nello sforzo. Un
cavallo esita dinanzi ad un ostacolo, si impenna, ha paura. Il cavaliere viene
scagliato per terra. Il cavallo ha un ripensamento, fa qualche passo indietro,
salta e prosegue da solo.


 Si alza un velo di polvere, la terra conserva
il ricordo di tuoni che si ripetono  nel
disegno di un temporale.  Tre animali
sono davanti agli altri, sospinti dagli incoraggiamenti del pubblico, tesi
verso il traguardo.  Uno di questi all’improvviso
stramazza al suolo portandosi dietro il cavaliere. Le zampe  del cavallo si muovono nell’aria nel vano
tentativo di ritrovare la terra. Il cavaliere si sfila da sotto l’animale, lo
osserva accigliato mentre persone gli si fanno intorno.  L’uomo chiede una pistola - gli viene data -
carica un colpo, si avvicina. Chiede di fare spazio,  si inginocchia, le dita percorrono il muso
del cavallo in una carezza. Avvicina la canna della pistola alla tempia dell’animale
e spara. Intorno si fa silenzio.

giovedì 30 agosto 2012

Eclissi

Piove.  Fitte gocce  scendono a terra.  Si sono formati le prime pozzanghere in cui si riflette la luce dei lampioni, insuffiente nel rischiarare la strada. Un uomo corre,  sul marciapiede deserto, in direzione della fermata del Metro. Indossa un impermeabile beige i cui lembi sembrano sospesi dietro di lui, quasi contrari alla direzione che ha preso.  Paul prosegue, scende i pochi gradini, arriva fino dinanzi alla sbarra. Non ha guardato la direzione. Non gli importa. Ma a quel punto ricorda di non avere biglietti ne soldi. Una signora dietro di lui inizia a mostrarsi impaziente, Paul si sposta di lato, attaccato al muro di piastrelle bianche e pubblicità di  film e spettacoli.  Un rifugio provvisorio.  


Poco distante una donna è ferma davanti a un portone, la pioggia le ha appiattito i capelli che scivolano ai lati del viso con la grazia di  rivoli di acqua che si intrecciano. Deve cercare le chiavi, una mano è  infilata nella tasca, l'altra contro il portone, il pugno chiuso appoggiato come un bussare pentito. Le dita nella tasca incontrano qualcosa di freddo, un brivido la avvolge mentre  afferra le chiavi e le solleva infilandole nella toppa. Due giri. La maniglia si abbassa. E' ancora chiusa. Ancora un giro e può entrare. L'atrio si illumina. Claire chiude  la porta dietro di sè e scivola a terra, la calza smagliata, le ginocchia a contatto con il marmo, gli occhi rivolti al pavimento.


Un lampo illumina il cielo seguito a poca distanza da un tuono fragoroso.  Paul si riscuote dal suo torpore, ripercorre i gradini, esce in superficie, l'acqua lo investe implacabile, il cielo è macchiato di lampi, l'uomo ripercorre il tratto di marciapiede in direzione contraria, fino ad arrivare davanti a un portone. Sta per suonare quando lo vede aprirsi lentamente. Nell'ingresso si staglia il profilo di una donna, una pozza d'acqua si allarga ai suoi piedi,   una calza smagliata accentua  la sua espressione smarrita.

venerdì 20 luglio 2012

Radio Sing Sing

Il cielo è scuro. La luna non c'è, le stelle nemmeno. Una sirena riecheggia in lontananza. Il lampione rilascia a intermittenza un fascio di luce sull'asfalto. Un uomo occupa il lembo di marciapiede vicino al lampione. Indossa un impermeabile grigio, un cappello di feltro è calato sul viso. Calza un paio di scarpe lucide e ha l'aria di uno in attesa. La sigaretta si muove dalla mano alla bocca come una lucciola isterica.


Radio Sing Sing ha preannunciato lo scoppio di un violento temporale a metà della notte. Jackson O'Brian conta di arrivare a casa prima dei lampi e della pioggia. "E' una faccenda da sbrigare in fretta e poi non pensarci più" si dice, accendendo l'ennesima sigaretta.


Due fari puntano nella sua direzione e si avvicinano rapidamente. Jackson fa un balzo indietro. La berlina scura si arresta davanti a lui. Si avvicina, aspetta che il vetro oscurato venga abbassato e sbotta in un "Finalmente sei arrivato." Lo accoglie la canna lucente di una pistola, l'unica cosa visibile all'interno dell'auto. Jackson arretra, dice "No, aspetta... hai capito male..." si volta, fa per allontanarsi e una pallottola lo raggiunge a metà della schiena. Si piega al suolo come una marionetta dai fili spezzati.


E' l'alba, due addetti della nettezza urbana si muovono sul marciapiede  commentando l'ultima vittoria dei Red Sox contro gli Yankees. "I Red Sox sono i migliori" afferma quello più alto, spingendo un carrello. L'altro si ferma, lo prende per un braccio e gli indica una macchia grigia da cui spuntano due scarpe lucide.


Il temporale annunciato da Radio Sing Sing si è appena concluso.

lunedì 25 giugno 2012

0.39 una sigaretta

La fermata era due curve prima del paese.


Si scendeva e si proseguiva  a piedi. Bisognava fare attenzione a non intralciare l'autista che intanto faceva manovra e puntava il muso dell'autobus verso la pianura. Un concetto astratto distante curve e minuti ma sempre presente nella mente dell'uomo che  ogni giorno percorreva quella strada in cui si alternavano salite e discese, punti stretti in cui rallentare,  la sensazione di arrivare a un passo dal cielo e doversi fermare prima  in quello spiazzo due curve sotto il paese, l'ultimo dove poteva fare manovra.


I passeggeri si davano il cambio sui sedili.  L'uomo dopo aver posizionato  il muso dell'autobus verso la pianura, casa sua era nel primo paese di fondo valle, scendeva e si sedeva su un tronco. Sempre lo stesso, estate e inverno, quando il tempo era asciutto. Si sedeva, le gambe piegate, una mano infilata nella tasca a riportare in superficie tabacco e cartine che appoggiava sulle ginocchia. Poi prendeva una cartina  e la stendeva su una gamba come un lenzuolo in cerca del sole. Faceva piovere sopra del tabacco che distribuiva  al centro, sembrava una montagna solitaria  cresciuta in una pianura. A quel punto sollevava la cartina e la arrotolava  umettandone i bordi  con  la lingua per farla aderire. Infine se la infilava tra le labbra, affondava la mano nell'altra tasca e riemergeva con l'accendino  verde bottiglia striato di blu. Lo faceva schioccare, si alzava una livida fiamma che toccava prima la carta e poi il tabacco facendoli diventare iridescenti, infine si spegneva. Sembrava un passaggio di consegne tra l'accendino e la sigaretta, come due staffette con il testimone. Un momento quasi magico.  Solitamente era a quel punto che l'uomo si ricordava dell'autobus e dei passeggeri in attesa di partire.  Tirava due boccate nervose, aspirava il fumo e tossicchiava  a singhiozzo. La sigaretta finiva per terra prima di essere consumata a metà. Toccava l'asfalto,  irradiava stanche volute di fumo finchè l'uomo la schiacciava sfregandola con la punta. Infine l'autista si muoveva verso l'autobus, chiudeva la stiva,  gridava "Si parte" e tornava a sognare il cielo.

sabato 16 giugno 2012

Forse si sente osservato

Img_1331565386_i Due uomini, spettatori clandestini, favoriti da un telo bucato.  L'uomo con la bombetta si stacca dal telo e si volta. Forse si sente osservato. Un ragazzo si sta muovendo nella sua direzione. Tiene in mano  uno strano marchingegno e se fosse una guardia in borghese? Il match è in pieno svolgimento, il risultato incerto. Che fare? Fingere indifferenza ed allontonarsi. Ormai è tardi. Scappare. Sarebbe inseguito e raggiunto. Un ultima occhiata. Ecco quello che farà, conserverà l'immagine di ventidue uomini in calzoncini corti intenti a rincorrere una palla cucita nel cuoio. Il finale del match lo disegnerà lui e sarà emozionante, combattuto e vinceranno i suoi ma solo al novantesimo, due secondi prima del  triplice fischio finale.


 Fotogafia di Henry Cartier-Bresson

lunedì 11 giugno 2012

Carminia

Il fiore si richiuse e iniziò a oscillare come mosso dal vento.  Diede un paio di strattoni più forti e infine si fermò. 


Paco era seduto a pochi passi dal fiore,  appoggiato a un tavolo, provava a preparare un esame. Per qualche istante osservò la sua danza, come ipnotizzato, poi sbottò in un:


- Sta masticando  - e lo ripetè più sommessamente quasi a se stesso - Sta masticando


Non si spinse oltre. Un brivido percorse la sua schiena. Gli sembrava che la pianta potesse capire i suoi pensiCarminiaeri, rimanerci male e meditare vendetta.  Non si era ancora abituato  ad averla in casa.  "L'amarillis villipendis cave è un fiore pieno di personalità" aveva detto Miranda il giorno che l'aveva acquistata  al mercato.  La ragazza aveva pronunciato quelle parole   con l'intonazione seria e convinta che doveva avere sentito usare al contadino da cui l'aveva trovata. Un fiore rosso dai lunghi petali, qualche foglia svogliata e un appetito indecente. All'opera da mattino  a sera. Vittime principali gli insetti. Ma erano sufficienti?


A Paco metteva inquietudine, la teneva sul balcone e già gli sembrava troppo. Troppo vicina, troppo famelica, forse pericolosa. Un paio di notti era venuta a cercarlo nei sogni, l'aveva rincorso spalancando i petali ed era quasi riuscita ad afferrargli una gamba. Paco aveva avuto l'impressione di poter contarne i denti uno ad uno e a quel punto si era svegliato intriso di sudore freddo e incerto se i denti fossero 33 o 34   invariabilmente  aguzzi e crudeli.


Sciocchezze masticò  amaro Paco che era costretto a occuparsene fino a quando sua sorella non si decideva a tornare dalla Florida. Sciocchezze pensò dandole un'ultima occhiata obliqua. Aveva riaperto i petali a ventaglio. Il ragazzo tornò a guardare il libro. Di slanciò sottolineò il termine onomatopea. Ricordava di averlo sentito  usare in qualche punto a lezione - Deve essere importante -  decise,  andando a cercare la nota in fondo alla pagina.   La lesse  a voce  alta scandendo ogni lettera:


- Parola o locuzione che imita rumori o versi di animali ...


Non prestò attenzione all'ombra rossastra che si profilava sopra di lui. Si chiuse in un lampo e Paco era dentro, protagonista della danza che aveva osservato - Sta masticando - urlò, in un agosto deserto,  mentre le forze gli venivano meno. Non fece in tempo a precisare - Mi sta masticando. 


Il fiore infine si arrestò  e dischiuse i petali al sole.

venerdì 20 aprile 2012

Prima dell'acqua

Fissare un istante...


Images carierDintorni della Gare Saint-Lazaire. Parigi. 


Un uomo percorre una passerella che si interrompe dopo pochi passi lasciando dinanzi a lui uno specchio, una distesa d'acqua immobile. Prima che la scarpa di cuoio entri in contatto con l'acqua piegandosi,  facendo sentire la gamba come uno stantuffo difettoso e prima  che una corrente di gelo si infili lungo la schiena,  giunge Henry Cartier-Bresson a fissare quell'attimo in cui l'uomo sembra sospeso tra passato e futuro.  Insomma prima che piede e acqua si tocchino, si ha l'impressione che una via di fuga sia ancora  possibile, è questione di un attimo. Poi ci sarà l'affondamento, la sensazione di procedere in un guado, la voglia di essere presto dall'altro lato, il disappunto per il fatto di non avere un paio di scarpe di ricambio ma prima c'è una fotografia  ricca di particolari,  lieve e poetica.


Fotogafia di Henry Cartier-Bresson


 

mercoledì 11 aprile 2012

Le vent nous portera...

Nessuno scrive a Palmira. La donna guarda la finestra e il mondo  di là del vetro. I primi raggi di sole affiorano nell'alba. Palmira ha perso i sogni. Trascina il peso di giorni sempre uguali che non può condividere  con nessuno.


Il risveglio. Scrutare il cielo come fondi di caffè.  Aprire il bar, la prima ordinazione, il primo cliente in cerca di parole. Mescolare attesa e fili di lana. Un solo colore, una sciarpa o un calzino purchè sia qualcosa.

lunedì 12 marzo 2012

Place des Vosges

100_9555Una corolla di case. Tetti di ardesia affiancati. File di mattoni rossi alternati a strisce di decorazioni in pietra calcarea. Mi affaccio da un lato, osservo gli alberi che ombreggiano le panchine. Il verde dei prati ricoperti  a tratti di persone. Mi dirigo verso una panchina in legno verde, siedo, ho in mente un itinerario e lo dimentico.  Osservo i giardinieri che raccolgono le foglie e badano a che la sottile striscia di terra situata tra l'erba e il bordo in ferro battuto sia pulita al punto da poter far rotolare le biglie.  I turisti, con una100_4614 guida tra le mani,  si avvicinano alla statua di Luigi XIII, posta al centro, lì dove le fronde si infittiscono.  Il suono dell'acqua nuota nelle quattro fontane posate negli angoli della piazza.   Apro e chiudo gli occhi, ascolto il rumore del vento che si infila tra i rami. Mi alzo in piedi e  mi inoltro nei bassi  portici,  li percorro  alla ricerca dell'abitazione celebre. Una menzione va a Victor Hugo che visse in uno degli appartamenti ora museo. L'esilio, il dramma di una figlia morta giovane sposa, immagini inconsuete.


100_4630Il profumo di the, le mille miscele che si annidano nelle scatole di una boutique, ove una clessidra può creare  il the a misura di ognuno.   Des objets étranges e un pò solitari smarriti in una vetrina che ha le sembianze di prigione accanto a  statue rombanti e vivaci.


Poi esco dalla piazza e dai portici, ritrovo la strada, una meta ma ho  l'impressione di continuare  a restare seduta su quella panchina ove il tempo scorre indifferente e sembra di restare sospesi in una incantevole  oasi ombreggiata.

lunedì 13 febbraio 2012

Ex

Nella notte risuonano i passi di un uomo che corre avvolto in un mantello. Passano alcuni secondi e l'eco di una sirena si spande nel rione. Si accende una luce, si apre una finestra. Una donna con indosso una vestaglia di ciniglia lilla si affaccia e vede  l'ombra di un uomo dileguarsi in un vicolo. La donna chiude la finestra, avvolge le braccia intorno al corpo per allontanare il gelo che l'ha avvolta e poi si siede su una sedia.


La vetrina è sfondata mancano una collana e un paio di orologi.

lunedì 16 gennaio 2012

Miracolo inevitabile

Miracolo InevitabileSarà perchè il calcio è una buona metafora della vita, sarà per la capacità di farti sentire nel racconto, soffermare su punti di vista diversi, commuoverti e insieme affascinarti, sarà per questo e mille altre ragioni ancora che è una lettura piacevole, uno dei migliori racconti pubblicati fino a ora in questa collana. Consigliato!




Autore: Edoardo Nesi


Editore: Il Corriere della Sera


                          Collana:  Inediti d'autore n. 11



martedì 27 dicembre 2011

Tre alternative, tre possibili incontri...

Inizia qui  


Afferrai il pomello della porta quando...


A. ... vidi una figura stagliarsi oltre il vetro. Rimasi a bocca aperta per un paio di secondi incerto sul da farsi. Lo avevo visto, mi aveva visto. Questo era sicuro. Non potevo più nascondermi. Sospirai, infine presi coraggio e aprii la porta. Un uomo stazzonato con i capelli fradici e lo sguardo vacuo guardava davanti a se. Lo riconobbi subito come...


B. ...mi ricordai di un barattolo piccolo e oleoso che stazionava nella mia sguarnita dispensa da tempo immemorabile. Se la memoria mi assisteva avevo risolto il problema, senza neanche buscare una goccia di pioggia. Tornai sui miei passi. Pensai al giorno in cui andando al mercato avevo scelto tra mille altri quel barattolo e sorrisi soddisfatto. Fu a quel punto che...


C. ..ricordai con sgomento di avere un impegno improrogabile. L'appuntamento telefonico con Elke, ragazza alla pari, ospite per qualche mese di alcuni cugini di Cairo. Ci eravamo accordati per vederci su skipe, guardai l'orologio e sentii un brivido scendere lungo la schiena, ero....

lunedì 26 dicembre 2011

Racconto a un bivio

Era una notte buia e tempestosa quando mi accorsi, con una certa dose di raccapriccio, di non avere in casa delle acciughe. La cosa di per  sè era accettabile se non fosse che proprio quel giorno avevo deciso di cimentarmi con la bagna cauda.  Qualsiasi persona di buon senso sa che le acciughe sono irrinunciabili  in una ricetta che aspira a portare quel nome.  Mi trovai quindi costretto, mio malgrado, ad afferrare l'impermeabile  e dirigermi con passo rassegnato verso la porta.


Vidi i lampi che squarciavano il cielo, le stelle nascoste da spessi coltri nere, gocce di pioggia che si dibattevano sul vetro e pensai che forse, a malincuore, dovevo rinunciare. Poi pensai all'aglio che sfrigolava nel pentolino, alla panna in docile attese e alle verdure disposte al sacrificio. Erano gli unici alimenti che ospitava la mia cucina. Sommati creavano una richiesta a voce sola: A-C-C-I-U-G-H-E. Non potevo deluderli.  Afferrai il pomello della porta quando...

venerdì 9 dicembre 2011

div_ag_azioni

Ian disse a Kate di stare zitta. lei continuò a cantare volgendo lo sguardo verso il cielo incerta se piangere o cercare una stella a cui consegnare un desiderio.


Le parole continuarono a distersi nel cielo e Kate perse una lacrima che sfiorò la sabbia e rimase sola.


Nel cielo una stella si decise a cadere e Kate seguendo la sua scia espresse il desiderio: stella, desiderio, Ian che perde la voce, forse un pò di pace, una canzone un pò originale, sola rimane tra le pagine chiare ... odio l'estate

lunedì 5 dicembre 2011

Le biglie, la neve e mio fratello

- Dove vai?


Paul si volta e  mi fa segno di star zitto. Poi abbozza un seguimi, con il   braccio.


E’ tutto il giorno che si comporta in maniera strana. Io l’ho spiato senza farmi accorgere. Scrive strani biglietti che nasconde tra  i fogli di un giornale, poi  sale furtivo le scale e li appoggia contro il vetro.  Li alterna con una torcia che accende e spegne a intermittenza,  tra un messaggio  e l’altro solleva il binocolo di papà e scruta  fuori dalla finestra.


Nevica da tre giorni. La neve ha superato il livello delle finestre del primo piano.  La città è diventata un lungo reticolo di  gallerie che si incrociano e a volte emergono in superficie. Insomma un enorme pista per le biglie che noi, al mare, d’estate, ci sogniamo.


Dicono che generale inverno se ne sta in una grotta nel parco,  vicino al laghetto dove si spingono i cigni, quando la signorina  primavera giunge in città. Lì sembra che il freddo sia arrivato prima. Già a settembre gli uccelli erano partiti tutti. Senza neanche salutare, senza un tentennamento o un dubbio, il loro sembrava un viaggio di sola andata, in cielo erano una macchia che si muoveva veloce e a tratti nascondeva il sole. Si era pensato all’inquinamento, al clima pazzo, tanto torneranno. Poi era  toccato ai pesci. Avevano iniziato a risalire le tubature, una mattina c’eravamo svegliati sentendoli  bussare al lavandino. Papà aveva svitato il sifone e due, intraprendenti, pesci rossi  avevano fatto capolino dal tubo. Noi li abbiamo adottati anche se mamma diceva che in casa non c’era posto. Anche le famiglie del vicinato hanno fatto come noi.


Il vecchio signor Grigs, ogni mattina, porta il suo cane a fare un giro al parco.  Quella mattina, quando si era avvicinato al  laghetto, un urlo gli era affiorato in  gola, aveva visto migliaia di pesci con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata, protesi verso la superficie, sembravano ibernati.  Grigs si era diretto verso il bosco, aveva preso un bastone ed era corso a batterlo sul ghiaccio.  Inutilmente. Non lo aveva neppure scalfito e i pesci avevano continuato a rimanere prigionieri. I giardinieri del parco avevano provato a intervenire ma senza risultato.  C’era chi aveva proposto di usare getti di acqua bollente ma il veterinario ha detto che si rischiava di raccogliere pesci bolliti. Così non si è più fatto niente.


La settimana seguente, un lunedì mattina, gelido e privo di spiragli, aveva iniziato a nevicare. La prima neve di stagione, per noi bambini una festa non autorizzata.  Usciti di scuola la neve ci lambiva le caviglie, giocammo a lanciarci palle di  neve fino a casa. Poi il pomeriggio, con una lunga opera di convincimento eravamo riusciti a strappare a nostra madre il permesso di scendere in cortile. Ci divertimmo molto quel giorno. L’ultimo nel quale  il mondo sembrava muoversi a tempo di musica. La mattina seguente la neve arrivava a coprire la porta. Il preside aveva fatto un giro di telefonate decretando la chiusura della scuola.  La neve aveva continuato a cadere  per altri tre giorni  poi aveva smesso. Si era alzato improvviso un vento gelido che aveva ridisegnato la città. Come un architetto un po’ estroso, come il vento del deserto, si era caricato sulle spalle cumuli di neve e li aveva spostati da un lato all’altro delle strade, ammucchiati nei parchi, sospinti verso i muri delle case. 


La pace era durata lo spazio di un mattino, nel  quale la gente era uscita di casa e aveva disegnato le gallerie che guardo affascinato dalle finestre del secondo piano.  Poi aveva ripreso a nevicare. Oggi è il terzo giorno. Paul mi ha detto che dobbiamo fare qualcosa, si annoia a stare in casa. Ha escogitato un modo per comunicare con Bill che abita dall’altro lato della strada. Dice che  sono segnali Morse. Punti e linee che disegnano parole. Lui e Bill si sono dati appuntamento nel parco. Vado anche io.


-Dove ho messo i guanti?

martedì 15 novembre 2011

Marcovaldo ovvero Le stagioni in città

  Marcovaldo


Funghi in cui si mescolano miracolo e veleno, pietanziere ammaccate, notti costellate di rumore, insegne intermittenti, fionde  e desideri non  addomesticati.


 


 


Marcovaldo


Italo Calvino


Ed. Mondadori




lunedì 5 settembre 2011

Si spegne anche la luce

 Se n’era andato come  un’ombra che si allunga nella notte, confondendosi con il buio.


 Dicono che è questione di un momento. Lasciare due righe, un addio disteso su un foglio che faccia  sembrare ordinato anche l’amore.


 “ Oggi 3 luglio,  è finita. Anche se non ho voglia di dirtelo guardandoti negli occhi, da domani la mia vita cambierà, tu scivolerai nelle pagine dei ricordi. Proverò a non far del male ai giorni che abbiamo condiviso, ai nostri sentimenti, a ciò che  non saremo più.”


                  Paul


 Anne girò la chiave nella serratura. Apriva la porta e sulle labbra già affiorava il suo nome, un sussurro che  si diffuse nel soggiorno silenzioso. Dorme - pensò - sfilandosi le scarpe. Le raccolse, nell’altra mano teneva la borsa, sul viso una voglia di sonno.  Si diresse al buio verso la camera  da letto. Posò le scarpe,  accese la piccola luce che era dalla sua parte e vide che il letto era vuoto.  


Si svestì e infilò  una maglietta, tirò giù le coperte. Mentre andava in bagno, un pensiero  si fece spazio, nella sua mente, fino a spingerla a tornare indietro, verso l’armadio. Gli attaccapanni veleggiavano indisturbati,  i completi e le sue camicie  erano svanite  così come la valigia beige che  solitamente era distesa sul fondo.


Nessuna speranza, solo freddo infilato nel cuore. Nessun biglietto, Paul non era  mai stato un tipo ordinato.