La Juve è sfortunata
l'arbitro timido o fuori posto
gli avversari meritevoli
i punti persi
Tanto l'Inter vince lo stesso
"...è - filosoficamente - lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra..."
La Juve è sfortunata
l'arbitro timido o fuori posto
gli avversari meritevoli
i punti persi
Tanto l'Inter vince lo stesso
- No, non pensavo si arrivasse a questo punto.
- Be’ ora non
si può tornare indietro.
- Non pensavo… non pensavo che si arrivasse a questo
punto.
Si ripeteva.
Forse pensava che questo bastasse a
salvarla, anche se la voce era più incerta e accompagnava le parole con dei passi all’indietro, circospetti.
L’altro non si
dava pena di spiegarle. La guardava, sembrava volersi imprimere ogni dettaglio
nella memoria. Il suo viso era serio mentre avanzava verso di lei. Solo gli
occhi tradivano una certa voglia di ridere, a stento trattenuta.
Splash
Un urlo
squassò l’aria.
– Fredda, molto …
Non le riuscì
di dire altro. Fu sommersa da una risata cristallina che la contagiò. Lui le tese la mano per aiutarla a rialzarsi.
- Ora siamo pari.
Il sole provava
ad asciugarli. Il vento, gelido, li sfiorava in una lenta tortura. Si mossero in
direzione della casa lasciando una scia dietro di sé.
L’amore e la passione, poi il
resto
Se ogni cosa ha un tempo e un
luogo: questo è il mio.
Avrei dovuto dire il nostro però tu ti sei arreso e quindi no, questo tempo è mio.
Si sono
persi i granelli tra le dita e così hanno fatto i giorni.
Raccoglierli non
posso, né intendo voltarmi indietro.
Domani suona già diverso.
Amor che lascia il segno e pure il danno, procurò rovina ‘si forte da costringere a serrar la casa che amor
raffigura e turisti muove .
La casa di Giulietta è stata
chiusa per consentire la pulizia dei
muri e del cortile. Il secondo monumento
più visitato d’Italia, preceduto solo dai musei Vaticani, subisce il passaggio di milioni di visitatori.
Fatta la foto con la statua di Giulietta, molti innamorati proseguendo imbrattando
le pareti con le loro
firme. Finito lo spazio libero, si inventano nuovi
sistemi per lasciare il “segno”. Per esempio usare un chewin-gum per
appiccicare i bigliettini al muro. Questa pessima abitudine ha
attecchito in barba alle più elementari regole del viver civile e ai più
consueti gesti romantici. Sembra ci sia, in molte persone, un innato bisogno di lasciare traccia di se, specie se in maniera illegale, quasi
che solo così possano dire Io esisto.
Un segno di debolezza che si ripete spesso sui muri delle città.
Sarà possibile tornare a vedere il celebre balcone a partire dal 15
gennaio.
fonte tgcom
L’ultimo incerto
Se non ci vediamo più forse sarà colpa del vento. Sai, non ha più smesso di soffiare da quel giorno.
Ogni volta che ho provato a tornare mi spingeva indietro.
Dici che è mancata la
voglia? Forse. Se l’avessi avuta neanche il vento avrebbe potuto
fermarmi. Però non è mai tutto così semplice. C’è anche il resto.
Quello che tu non sai e neanche io capisco fino in fondo. I segnali, piccoli, quasi insignificanti che sommati gli uni agli altri diventano una corrente, una strada da percorrere.
L’unica.
La voce narrante è una donna. Il suo racconto si snoda lungo un secolo, tra Torino e la Toscana.
A 18 anni, giovane di buona famiglia, deve scegliere tra cinque uomini indicati dal padre, suo marito. Nel giro di
pochi giorni la sua vita cambia. Con Villaforesta, il prescelto, condivide la
passione per i cavalli. I mesi e gli anni li rendono estranei, incapaci di
comprendersi.
Un uomo, sposato, incontrato ad una cena è l’appiglio a cui volge il
pensiero quando la realtà si fa più dura.
E’ ormai una donna anziana. Il
suo racconto si muove rapido tra
presente e passato. Ha l’impressione di avere avuto vent’anni fino all’altro
ieri. La sua memoria le fa ricordare alla perfezione quanto accaduto nella sua
giovinezza. Spesso torna, col pensiero, al passato.
Nel
1939 fugge da Torino e dal suo matrimonio. Si rifugia alla Bandita. La
tenuta è in pessime condizioni, lei non capisce nulla di
agricoltura. Però resiste in quel luogo che sente suo. La guerra non la
sposta,
ospita una scuola, va avanti.
Pensa all’unico pomeriggio d’amore trascorso con
il suo uomo sposato. Le aveva promesso di scriverle. Non si fa più sentire fino
al 1945 quando, senza più un soldo, riappare
sicuro come sempre, chiuso e poco propenso a parlare di sé. Rimane con lei per
qualche mese, il tempo di trasmetterle la passione per il vino, aiutarla nei
lavori e segnare la sua vita.
Gli avvenimenti, i personaggi
sembrano narrati a filo d’acqua. Come sospesi, illuminati a tratti. Si scopre
qualcosa e molte domande rimangono inevase. Quel poco dovrebbe servire a capire
la protagonista che con sicura insicurezza prende di petto la vita. Non accetta
la società in cui cresce e non è in grado di cambiarla.
La Bandita diventa il suo mondo, trecento ettari amati e riportati alla vita. Produce
vino, uno di quelli che la rende più fiera è il rosssovermiglio.
Nelle ultime pagine la storia sterza
in un'altra direzione. Uno sprazzo di luce improvviso consente di capire almeno
in parte ciò che è accaduto prima. Potrebbe aprirsi uno spazio per i dubbi ma questo
non è un libro di se. Molte vite, quando giungono a un passo dall’essere
trascorse, si scoprono diverse.
Rimane a me che sono giunta all’ultima
riga la voglia di riprendere l’inizio della storia per provare a capire certi
particolari che non avevo colto, per vedere con altri occhi una vita sospesa
tra luci e ombre.
Rossovemiglio
Autrice Benedetta Cibrario
Casa editrice Feltrinelli
Pioveva ormai da giorni. L’umidità penetrava fin dentro le
ossa.
C’era poco da fare. Chi poteva restava in casa. Gli impegni
era ridotti al minimo.
Le eccezioni si contavano sulle dita di una mano. Mosse
da passione o necessità, vivevano la pioggia. Erano le uniche anime che si
potevano incontrare in quei momenti.
I pescatori, sebbene
il mare fosse in burrasca, non si
rassegnavano alla separazione. Andavano in spiaggia almeno un paio di volte al
giorno. Si muovevano avanti e indietro,
le mani intrecciate, i piedi scalzi. Scrutavano la distesa che
avevano davanti, sembravano quasi maledirla, tante erano le emozioni che
si scontravano nei loro occhi. Tornavano a casa un po’ più stanchi e un po’
meno felici, consapevoli che anche quel giorno dovevano rinunciare.
Certe persone non riuscivano
a rintanarsi in casa, si perdevano nei giorni di pioggia. Era facile riconoscerle. Anche quando sembrava
che l’acqua venisse versata con dei secchi, si incontravano in strada. Camminavano
senza dar segno di avere fretta. Davano l’impressione di assaporare ogni
goccia. Indossavano impermeabili dai colori variopinti che le rendevano simili
a uccelli tropicali. La loro piccola follia, fatta di passi bagnati e
tempo rubato alla ragione era la conquista dei giorni grigi.