venerdì 14 marzo 2008

La realtà non è questa -2-

-1-


Sento il rumore dell'acqua: un gorgoglio.
Ho già meno sete. 
Mi guardo intorno e non riesco a capire.
Non ci sono fontane.
Da nessun lato.
Forse un miraggio?
No, io ascolto l'acqua.
E' un invito che non riesco ad accettare.
Però c'è. E' sincero.
Proseguo fino a che vedo di fronte a me il richiamo.
Sgorga a singhiozzo da un leone di pietra appoggiato al muro.
Intorno a me il silenzio.
Mi avvicino guardinga.
Abbasso la testa.


Mi investe una zaffata di ruggine


La ignoro e provo a bere


Dopo un sorso mi arrendo


Stendo le mani sotto l’acqua e
poi le sventolo al sole


Mi sdraio su  una panchina ombreggiata.


Non mi accorgo del paese
che si risveglia e della notte che sopraggiunge.


Verso mezzanotte un’ombra si
staglia vicino a me.


Una mano, davanti alla bocca, mi sveglia.


Non sono spaventata.


Conosco il suo odore.


 


 

domenica 9 marzo 2008

27 minuti=una settimana e 1/2

Dyer e Wright-Phillips, giocatori della Premier
League, hanno terminato una serata al pub rovistando nelle borsette delle
cameriere. Il "prezioso" bottino  è stato di 145 sterline, 3
cellulari, tessere studentesche e qualche sigaretta. La telecamera  a
circuito chiuso li ha traditi, il Sundey Times li ha schiaffati in prima pagina inchiodandoli alle loro responsabilità.


I due calciatori del Southempton guadagnano, quanto derubato, in 27 minuti. Il loro stipendio  è di 6.500 e 10.500 euro a settimana. Le ragazze derubate impiegano una settimana e mezza a guadagnare quella cifra. Percepiscono 7,2 euro all'ora. Il proprietario del locale visionando le immagini ha paragonato la "banda" a  uno sciame di locuste.  Risulta ancora sconosciuta l'identità di altri tre ragazzi che hanno partecipato all'azione.


Non è solo una bravata. I ragazzi si sono disinteressati di cosa fosse giusto o sbagliato, di come le vittime si sarebbero sentite scoprendo il misfatto. Hanno mostrato una insensibilità pericolosa.


I soldi e il successo non possono garantire l'impunità.


notizia tratta dalla Gazzetta dello Sport

Vogliamo parlare delle nuvole?

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Assumevano delle strane forme
d’estate. Ti stendevi sul prato, dischiudevi gli occhi e provavi a decifrarle.
Ogni volta tornati a casa con un racconto diverso. Non ti accontentavi di
provare a contarle, volevi dar loro un significato, una storia. Senza badare
troppo alla logica. Certe volte i gatti rincorrevano i cani, gli elefanti
volavano e i topolini li tenevano per l’orecchio. E poi c’era il bosco dove le
nuvole giocavano a nascondino e tu, sotto, eri pronta a riconoscerle tutte.

mercoledì 5 marzo 2008

La realtà non è questa.

Mi fermo.
Chiudo gli occhi.
Aspetto.
Nulla.
Non succede nulla.
Il buio continua a essere intorno a me. 
Niente da fare.
La luce riemerge ostile.
Riprendo a camminare, non rimane che questo a farmi compagnia.
Ci dovrà pur essere un modo.
Si, devo solo aspettare.
Intanto le case mi sfilano a fianco.
Sono costruzioni basse, a un piano, devono difendersi dal sole anche loro.
Piantate lì da anni,  costrette a conoscersi come amici che non si cercano.
In fila, eppure disordinate con le imposte chiuse e aperte.
Un'aria di abbandono   le assorbe nel mezzo della giornata.

Un rivolo di sudore mi scende dalla fronte.
Provo a rivoltare le tasche.
Non ci sono fazzoletti.
Tiro fuori la mano, è appiccicosa, impastricciata.
La annuso: cioccolata.
Inutile cioccolata, dimenticata forse da mesi.

   

lunedì 3 marzo 2008

8 Non
l’aveva tradita.


7 Andreina era quella che il
mare faceva tornare al suo posto. Lo frequentava al mattino quando il sole era
ancora incerto e il lembo di terra deserto. L'avvicinamento era graduale, un
lento avanzare fino a che l'acqua diventava l'unica compagna, una culla che si
muoveva quieta quasi a darle conforto.


6 Andreina credeva alle storie che infestavano quel luogo. Le aveva sentite
muoversi per casa fin da quando era una bambina,  parte della sua infanzia
così come il vento che le scompigliava i capelli, nelle giornate trascorse in
giardino,  i giochi che aveva consumato sotto la sequoia e le lunghe
chiacchierate con sua nonna.


5
…una scomoda verità.


In fondo a nessuno importava molto dell'acqua. Contava
poter distendere l'asciugamano al sole, muovere  i piedi vicini alla riva.
Fingere una vacanza che non si poteva vivere.


4
I vecchi descrivevano un gorgo insidioso che catturava i nuotatori. Non si
poteva tornare indietro. Parlavano di una  maledizione, e si lanciavano
in strani racconti che sembravano…


3 Infido
ma questo nessuno lo diceva. Bastavano i cartelli arrugginiti poggiati per
terra. Lo specchia d'acqua poteva, nel giro di pochi attimi, trasformarsi in un
abbraccio mortale.


2 Un
tappeto di sassi e ghiaia seminato vicino agli scogli. L'unico contatto con
l'acqua rimasto libero. Prezioso, scomodo, conquistato  dopo attese
estenuanti.


1
Il mare la riportò al suo posto. Per l'ennesima volta fu parte di quel pezzo di
terra che la gente si ostinava a chiamare spiaggia.

sabato 1 marzo 2008

Amore senza spessore

Sanremo - Forse il più grosso problema che il Festival si è
trovato ad affrontare quest anno è stata la musica. Le canzoni erano, in media,
qualitativamente inferiori rispetto alla scorsa edizione. Difficilmente
sarannò ricordate e chissà se qualcuno  proverà a cantarle sotto la doccia. I
pochi buoni pezzi in gara sono stati lasciati nelle retrovie. Niente impegno
sociale, per i vincitori, niente poesia. Meglio la rima cuore amore. Un pezzo
di musical  piazzato fuori posto. Un falso buonismo atto a procacciar
voci. Si salva il terzo, emozionato, Moro.


Gli stucchevoli Ponce Di Tonno (senza audio si
apprezzano di più) sono pur sempre meglio della logorroica e ipocrita
Tatangelo ma certo non solo la soluzione. Fuori posto, inspiegalmente. Il
testo, profondo quanto un lago prosciugato.            

bambino, occhi, desiderio

Davanti al calcio
tornava bambino. Me ne accorsi un giorno che camminavamo per strada.
Stavamo discutendo su come trascorrere il pomeriggio quando lui,
d’improvviso, si zittì. Subito non capii, sembrava diventato una
statua. Poi voltai la testa nella direzione del suo sguardo. Di Stefano stava venendo nella nostra direzione. Non feci in tempo a fermarlo. Gigi
si diresse verso di lui. Lo squadrò da un lato e poi dall’altro infine
prese la mano che Di Stefano teneva lungo il corpo e iniziò a
stringerla convulsamente. Stringeva e parlava dell’ultima partita,
l’azione, lo sbaglio, il goal... Non la finiva più. Insopportabile.


Di Stefano era
rimasto fermo sul posto. Solo gli occhi si muovevano irrequieti alla
ricerca d’aiuto. Sembrava incerto sul da farsi. Meglio opporsi o
lasciar fare? Non si capacitava ancora di cosa fosse pronta a fare la gente, anzi i tifosi quando lo vedevano.