Appoggio le braccia sulla boa arancione, ancorata al suolo. La corda è
finita da un pezzo e oltre mi sembra che ci sia solo il mare aperto. I
capelli sgocciolano dispettosi sul viso e i miei occhi sono fermi sulla
linea dell'orizzonte. Provano a immaginare la prima terra che
incontreranno: i suoi colori, la sua luce.
Non sono mai andata oltre quella boa. E se poi non so più tornare? I crampi, le correnti... E se poi non voglio più tornare?
Resto ancora per qualche minuto ad
ascoltare il mare. Poi mi volto e ritorno verso riva. Una sequenza di
spiagge inframmezzate da massi che si immergono nell'acqua. Gli
ombrelloni smettono di essere una macchia confusa e così avviene per i
suoni. La musica, le grida di bambini che si contendono un pallone, le
promesse di un cocco bello e fresco. Tutto a portata d'orecchio.
Provo a indovinate l'ora. Non ci riesco.
Torno a cercare la boa.
"...è - filosoficamente - lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra..."
giovedì 4 giugno 2015
giovedì 12 giugno 2014
Brasile e vecchi fantasmi
Ospitò i Mondiali di Calcio nel 1950. Il 16 luglio, al Maracanã, disputò
la partita decisiva contro l’Uruguay. Il Brasile doveva vincere, poteva
solo vincere. Giocava in casa, era il favorito. La sua vittoria era
scritta sui giornali, urlata nelle strade, attesa da milioni di persone.
In realtà gli sarebbe bastato un pareggio per concludere il girone
finale in testa. Fu sconfitto 2 a 1. Schiaffino, Ghiggia.
La Coppa Rimet prese il volo e il paese sprofondò nel dramma. Una tragedia collettiva, contro ogni pronostico. Furono proclamati tre giorni di lutto nazionale.
Oggi i verdeoro giocano anche contro questo fantasma.
La Coppa Rimet prese il volo e il paese sprofondò nel dramma. Una tragedia collettiva, contro ogni pronostico. Furono proclamati tre giorni di lutto nazionale.
Oggi i verdeoro giocano anche contro questo fantasma.
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martedì 8 aprile 2014
scintille
Forse,
una volta, rideva di più. Le sue risate si disperdevano, nell'aria,
come scintille. Avevano il suono delle foglie, calpestate, in una
giornata di sole autunnale.
sabato 1 marzo 2014
A proposito di Davis
Anni '60, Llewyn, cantante folk squattrinato, si
arrabatta per mettere insieme il pranzo con la cena e trovare un posto in cui
dormire. E’ cinico, disincantato, il suo malinconico sguardo si posa su un
mondo in cui raccoglie solo fallimenti.
La chitarra, la sua musica, una paternità
inaspettata con cui fare i conti, un amico che si è arreso e lui che prova,
cerca altre vie, si dibatte, come un pesce nella rete, mentre i soldi non
bastano mai.
C’è tanta bella musica in cui
perdersi dentro.
“…Quante le strade che un uomo farà
e quando fermarsi potrà?”
La risposta è caduta nel vento
(Mogol/Dylan)
domenica 23 febbraio 2014
I pilastri della società
- Ibsen -
Il
console Karsten scriveva lettere piene di verità e libertà alla donna
che amava. Era giovane e non aveva ancora l'azienda da gestire, uomini e
famiglie il cui destino dipendeva dalle sue scelte.
Quando si trovò ad affrontare tutte queste responsabilità, avendo bisogno di soldi e conoscendo la società in cui viveva, trovò una scorciatoia. Certo per far questo dovette rinunciare alla donna che amava, preferendole la sorellastra più dotata finanziariamente. Un uomo, a causa di un suo sbaglio, fuggì in America, macchiato di una colpa che in realtà era sua.
Però a parte questi fatti, ignoti a tutti, le cose non sarebbero potute andare meglio. Era sposato, aveva un bambino, la sua famiglia era un modello, lui un pilastro della società in cui vivevano. Karsten amava definire la sua dimora una casa di vetro, aperta a tutti.
Aveva fermato il progetto della ferrovia solo per evitare che tante coscienze fossero sconvolte dalle novità e dal progresso. Poco importava il fatto che avrebbe danneggiato la sua impresa di trasporti. Il benessere della società in cui viveva veniva prima di tutto e, dall'alto della sua moralità, il console poteva indirizzare, sostenere, correggere la comunità in cui viveva. Erano riusciti a estirpare l'associazione musicale e quella teatrale, l'insana abitudine di feste e banchetti, stavano rieducando le donne a un ruolo al servizio della società. Il progetto della ferrovia era stato rielaborato e reso redditizio così da consentirgli un adeguato accumulo di ricchezza e di potere.
L'arrivo di Lona, suo unico amore, e Johan, l'uomo che si era addossato le sue colpe lo costringono a ripensare la sua vita e il suo ruolo nella comunità. La minaccia dello scandalo che causerebbe l'emergere della verità, lo annienta così come il dubbio sulla validità delle scelte fatte.
Il dialogo con Lona fa affiorare molti nervi scoperti ma il console non può tirarsi indietro.
Non più almeno.
"I pilastri della società" si sgretolano nell'apparenza e nella menzogna.
Quando si trovò ad affrontare tutte queste responsabilità, avendo bisogno di soldi e conoscendo la società in cui viveva, trovò una scorciatoia. Certo per far questo dovette rinunciare alla donna che amava, preferendole la sorellastra più dotata finanziariamente. Un uomo, a causa di un suo sbaglio, fuggì in America, macchiato di una colpa che in realtà era sua.
Però a parte questi fatti, ignoti a tutti, le cose non sarebbero potute andare meglio. Era sposato, aveva un bambino, la sua famiglia era un modello, lui un pilastro della società in cui vivevano. Karsten amava definire la sua dimora una casa di vetro, aperta a tutti.
Aveva fermato il progetto della ferrovia solo per evitare che tante coscienze fossero sconvolte dalle novità e dal progresso. Poco importava il fatto che avrebbe danneggiato la sua impresa di trasporti. Il benessere della società in cui viveva veniva prima di tutto e, dall'alto della sua moralità, il console poteva indirizzare, sostenere, correggere la comunità in cui viveva. Erano riusciti a estirpare l'associazione musicale e quella teatrale, l'insana abitudine di feste e banchetti, stavano rieducando le donne a un ruolo al servizio della società. Il progetto della ferrovia era stato rielaborato e reso redditizio così da consentirgli un adeguato accumulo di ricchezza e di potere.
L'arrivo di Lona, suo unico amore, e Johan, l'uomo che si era addossato le sue colpe lo costringono a ripensare la sua vita e il suo ruolo nella comunità. La minaccia dello scandalo che causerebbe l'emergere della verità, lo annienta così come il dubbio sulla validità delle scelte fatte.
Il dialogo con Lona fa affiorare molti nervi scoperti ma il console non può tirarsi indietro.
Non più almeno.
"I pilastri della società" si sgretolano nell'apparenza e nella menzogna.
venerdì 24 gennaio 2014
Luna park LUNA
Torrone
morbido, zucchero filato. Si accendono le luci. Vuoi misurare la tua
forza? Toccare le stelle? Luna park LUNA è qui per te! Il grande capo
indiano Pioggia Battente leggerà i cerchi dei tuoi sigari. Una
navicella è pronta a portarti nello spazio. Basta una moneta per
muovere tutto. Alianti, comete, la ruota panoramica. Il bersaglio,
anche il bersaglio. "Venghino signori, venghino." Qui
si allenavano i cow-boy, quando il west era ancora una terra sconfinata
e Billy the Kid un moccioso frignante. Potete vincere una bambolina, il
camion dei pompieri e...solo perchè siete voi...un prezioso Pinot de
Pinot del '94. Però dovete fare centro al primo colpo, con gli occhi
chiusi, dondolandovi su una gamba sola. Come dite? Preferite le stelle?
Dilettanti!
domenica 29 dicembre 2013
Come farà Babbo Natale senza la mia letterina?
La notte era scesa sulla città,
avvolgendo ogni cosa, anche la casa di Mattia.
Nella camera da letto il padre
russava ispirato, mentre la madre cercava un po’ di riposo sotto il cuscino.
Mattia, in un’altra stanza, aggrappato a Tommy, parlava nel sonno e diceva più
o meno così: «L’hai ricevuta…la mia
letterina…Babbo Natale?....l’hai ricevuta, vero?» Si zittiva, come aspettando
una risposta, che non sembrava arrivare perchè dopo qualche istante ripeteva, le stesse parole, con un tono di voce
ancora più accorato.
I festoni, le luci, l’albero e il
presepe erano lì, pronti ad annunciare il Natale che sarebbe giunto, in meno di
una settimana. In corridoio la pendola iniziò a battere la mezzanotte. Uno,
due, tre rintocchi, poi si fermò. Forse anche lei aveva sentito gli strani
rumori che provenivano dal salotto. Passi felpati, parole sommesse.
Il bel presepe, costruito sulla scrivania,
vicino al divano, sembrava inquieto. Il panneggio colorato riproduceva stelle fisse e prive di luce che si proiettavano
su un piccolo borgo. C’erano l’oste, il panettiere, il falegname, il bottaio,
la lavandaia, il fabbro, la pescivendola, … no! Il cesto di pesce azzurro era
appoggiato sul sentiero di ghiaia ma
Lara, la pescivendola, sembrava sparita.
La grotta era al suo posto, le colline di tufo e muschio, le capre, le
pecore, i pastori. Uno, due,… mancava Arnolfo. Forse qualcuno li aveva
spostati…no, eccoli …stavano correndo in direzione del bordo.
- Fermatevi! – urlò Ivan, il fabbro. Si
muoveva lentamente, facendo roteare la mazza.
-
Dove pensate di andare? Fermatevi, ho detto.
Arnolfo e Lara avevano trascorso giorni
interi ad osservarsi da lontano. Lui appoggiato al suo bastone, lei seduta
vicino alla fontana. Si erano incontrati nel cuore della notte, quando il mondo
consentiva loro di muoversi indisturbati.
Quei rari momenti non bastavano, i tentativi di convivere erano falliti.
Il piccolo borgo non voleva rinunciare a lei ed era convinto che lui avrebbe
dovuto rimanere sulle montagne con le sue capre. Ivan, il fabbro, si era fatto
avanti per corteggiare Lara. Era un ottimo partito, la fucina garantiva un
roseo futuro, però Lara lo evitava come la peste. Più lei lo scansava, più lui
si faceva avanti convinto che avrebbe dovuto cedere almeno alla ragione.
Arnolfo assisteva a quel
corteggiamento con fastidio e a forza di macerare cattivi pensieri, si era
convinto che la fuga era l’unica soluzione.
Si muovevano con passi leggeri,
sul muschio, tenendosi per mano. Pensavano di essere quasi in salvo, quando le
urla di Ivan avevano squarciato il silenzio. Arnolfo e Lara iniziarono a correre verso il
limitare del presepe. Sentivano
Ivan che si avvicinava sradicando quanto
aveva a portata di mano. Si tuffarono sulla ghirlanda dorata che avvolgeva la
gamba della scrivania e scivolarono giù fino a toccare terra.
A quel punto si accese la luce del
salotto. La madre di Mattia avanzava insonnolita verso il tavolo, decisa a
scoprire l’origine del rumore che l’aveva svegliata. Tutto sembrava al suo
posto, si avvicinò al presepe. Guardò da un lato e dall’altro. Il fabbro era isolato in mezzo
al verde. Eppure l’aveva detto a Mattia di non toccare il presepe. Prese la
statuina e la rimise al suo posto. Poi sbadigliò e mentre gli occhi le si
chiudevano ritornò in camera. Doveva
smettere di mangiare la Bagna càuda[1] alla sera.
L’indomani fu impiegato per
convincere Mattia che la sua letterina era arrivata a destinazione. Quel anno
si era deciso di spedirla per via aerea. Mattia ne era entusiasta, l’aveva visto
fare in un cartone animato e si era convinto che doveva provare anche lui. Nel parco avevano legato, la busta, a un palloncino rosso ed erano rimasti ad
osservarlo fino a quando era diventato un puntino nel cielo. Poi erano sorti i
dubbi. E se il palloncino si buca prima
di arrivare a destinazione? Se rimane impigliato in un ramo? Conosce la strada?
Come farà Babbo Natale senza la mia letterina? Quando arrivò a quella considerazione,
gli occhi del bambino erano già umidi, annunciavano lacrime copiose e capricci
infiniti. Si arrivò quindi a un
compromesso. Riscrivere la lettera aggiornata di un paio di desideri dell’ultima
ora e inviarla tramite posta prioritaria. Mattia quasi sorrideva mentre
infilava la busta nella cassetta della posta.
I giorni successivi servirono ai
suoi genitori per esaudire i desideri dell’ultima ora, fare la spesa, preparare
la cena della vigilia e fu subito Natale. Nessuno si preoccupò più del presepe neanche
gli amici, i familiari che, entrati in casa, si complimentavano come sempre per lo
splendido allestimento senza rilevare alcuna differenza. Il presepe stesso,
impegnato nell’accogliere il bambinello, la stella cometa, i visitatori e
tracciare la strada per i Re Magi sembrò dimenticarsi di Arnolfo e Lara. Restava
solo Ivan a mugugnare scontento ma nessuno gli dava retta.
Giunse infine il giorno in cui fu
necessario riporre le decorazioni natalizie e smantellare il presepe. L’incombenza
era quasi terminata quando, la madre di Mattia, passando la scopa sotto la
scrivania si imbatté in un ostacolo. La donna si piegò e fece scorrere la mano
fino a trovarlo. Lo tirò fuori e rimase per un attimo a osservarlo, un uomo e
una donna che si tenevano per mano – Arnolfo e Lara - un sorriso attraversava il
loro volto e risplendeva negli occhi fissi. Belli
Pensò la donna, mentre li avvolgeva in un foglio di carta velina per poi riporli nella scatola del presepe destinata alla
soffitta.
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